La Goccia Briantea

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CHANTAL …QUEI GRANDI OCCHI NERI CHE HANNO VISTO TROPPO PDF Stampa E-mail
Giovedì 30 Ottobre 2014 10:01

Come molti  sanno, da alcuni anni collaboro con una onlus di Melzo, Gruppo Aleimar, che si occupa di cooperazione internazionale nei paesi in via di sviluppo.  Vorrei raccontarvi  la storia di una bimba congolese sostenuta da Aleimar che mi ha profondamente toccato: Chantal. La prima volta che la vidi  rimasi completamente rapita dai suoi occhioni neri e dal sorriso bianco che le illuminava quel  volto paffutello. Come referente per le notizie, conoscevo già la sua storia e la vicenda che Chantal fu costretta ad assistere. Non credevo che l’animo umano fosse in grado di scivolare così in basso ma, soprattutto,  non  immaginavo la capacità che avesse  un bambino di riuscire  a nascondere dietro quel meraviglioso sguardo ricordi così intrisi di crudeltà e violenza. Chantal parla solo swahili e un po’ di francese; non ha ancora iniziato a scrivere, ma se potesse raccontare la sua storia probabilmente userebbe queste parole: “Ciao a tutti, mi chiamo Chantal e sono nata in un piccolo villaggio nei dintorni di Lubumbashi. Ho due occhioni neri e i capelli arrotolati in treccine molto sottili; quando non devo portare l’uniforme scolastica, giro per il giardino di Casa Laura con un abitino blu scuro e sul capo un cappellino bianco e rosso natalizio che mi hanno portato i volontari dall’Italia. Non appena sento il profumo di cibo  provenire dalla cucina corro subito a vedere cosa sta preparando di buono Suor Clotilde. Mi piace tutto quello che cucina la nostra suora-cuoca, ma ciò che preferisco mangiare  più di ogni altra cosa sono: le caramelle! Papà Francesco, Papà Franco e tutti gli altri italiani, ci regalano tanti dolci quando arrivano a Lubumbashi e io spero sempre che portino anche i chupachupa alla fragola di cui sono ghiotta! Prima di arrivare in questo istituto vivevo con la mia famiglia, composta da papà, mamma e due fratelli, uno più grande e uno più piccolo. Abitavamo in una casetta di mattoni e fango in una zona periferica della città: la nostra abitazione era molto umile, forse un po’ troppo piccolina per ospitare ognuno di noi; ricordo che aveva una sola stanzetta in cui si dormiva tutti insieme. Durante la stagione delle piogge, capitava di frequente che la mattina ci si svegliasse inzuppati di acqua e fango, a causa delle fessure che si erano aperte sul tetto. I miei genitori non erano ricchi ed i pochi soldi che mamma guadagnava al mercato, li spendeva per acquistare un po’ di riso e manioca.  Spesso sentivo mamma che accusava papà di non essere  in grado di trovarsi un lavoro che ci potesse permettere di vivere una vita dignitosa, mentre papà sosteneva a sua volta che la causa di tutte le nostre disgrazie era mio fratello maggiore Simon. Era fermamente convinto che Simon fosse posseduto da uno spirito maligno in grado di modificare il nostro destino e farci cadere nella più nera miseria. Dopo una serie di banalissime coincidenze che videro coinvolto Simon, papà giunse alla conclusione che l’unico modo possibile per porre fine alla nostra precaria situazione economica era quella di ucciderlo. Non riuscirò mai a dimenticare gli occhi di papà quando versò la pentola dell’acqua bollente sul corpo di mio fratello: il passivo silenzio di mamma e le urla di Simon riecheggiano ancora nella mia mente come  se tutto fosse appena accaduto. Io ero troppo piccola per fermare la furia che si era impossessata dei miei genitori, ma i miei occhi videro ogni cosa e la memoria ancora oggi custodisce gelosamente ogni singolo istante.  Simon morì qualche giorno dopo rannicchiato sulla stuoia di casa. Dopo alcuni giorni dall’accaduto i nostri vicini iniziarono ad accorgersi che c’era qualcosa che non andava, ed insospettitisi degli atteggiamenti assunti da mamma e papà, chiamarono le forze dell’ordine. Ora i miei genitori stanno scontando la pena per il crimine di cui si sono macchiati, mentre il mio fratellino vive presso una famiglia di Lubumbashi che ha deciso di prendersi cura di lui. La mia fortuna invece è stata quella di  essere accolta dalle suore salesiane: tutti mi vogliono bene e so che qui non potrà mai accadermi nulla di male. Alcune volte penso ancora ai miei genitori: non so se un giorno li  rivedrò , ma se Dio mi darà la possibilità di incrociare ancora per una volta il loro sguardo, scruterò a fondo dentro il loro cuore, poiché sono sicura , che dietro a tanta crudeltà, troverò uno spiraglio di luce in grado di riaccendere tutto l’amore perduto!

Therese Redaelli


 

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