La Goccia Briantea

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I prediletti e gli schiavi PDF Stampa E-mail
Venerdì 29 Marzo 2013 09:18

L’uomo nella sua perenne divisione è crocifisso da sempre anche considerando che più l’emancipazione tecnica dei linguaggi si evolve, in diretto rapporto aumenta la divisione tra l’astuzia mentale prediletta e la schiavitù forzata dell’imposta sottomissione. E la cultura intesa come stimolo naturale di vicinanza tra le persone invece non perde occasione per dividere, questo accade perché i mezzi di comunicazione di massa nelle mani di pochi prediletti, di profitto impositivo condizionano le moltitudini a subire gli altrui privilegi, cioè, quella dei prediletti. E così ne consegue che la vita più obbiettivamente popolare soffre tutto l’amaro peso dell’imposizione tra coloro che si credono i predestinati al comando e le grandi moltitudini costrette ad ubbidire perché frammentate dall’improprio arbitrio di classe padrona. Si deve constatare che per disagio d’ignoranza programmata di potere, in tutte le sue espressioni, ci divide il razzismo, ci dividono le religioni, ci dividono gli stati e le lingue e i dialetti che fanno radice nei loro confini. Nel campo etico invece ci divide la morale, ci dividono i costumi il modo di concepire e vivere il nucleo familiare e tra tanti aspetti negativi, parassiti, della divisione imponendo la distanza della sfiducia tra persone e classi sociali. Come principio avvelenato di convivenza non è possibile ignorare la realtà dello sport nel quale non è lo stimolo liberamente agonistico che fa valore di civiltà, ma “l’essere primo a tutti i costi”, anche a morire di autoavvelenamento pur di dividersi e differenziarsi dai propri compagni di squadra. Tant’è che ai nostri giorni il primato si raggiunge spesso drogandosi ingoiando veleni pur di riuscire a differenziarsi razzisticamente dagli altri. Non dunque lo sport come incontro di condiscendenza salutare, ma una scala di superiorità e premessa crescente di vanità dell’uno verso l’altro. Ci inducano a comprendere come le classifiche siano del tutto inutili oltre che dannose e non hanno nulla a che vedere con la consapevolezza della vitalità che alimenta di natura tramite il gioco l’armonia sociale della persona e della sua convivenza. E non le classifiche che infestano di veleno discriminatorio con “io sono più importante di te”, il naturale equilibrio della vita in tutte le sue manifestazioni di singoli e di gruppi di etica e di morale condivise. Se poi cambiamo argomento ci domandiamo un tantino sulle diversificazioni retributive del lavoro vi è da sbalordire per il dissenso quando ad esempio si constata che un porta borse parlamentare che non produce nulla, proprio nulla, debba di stipendio percepire tre, quattro, cinque volte in più rispetto alla busta paga mensile di un minatore che rischia la vita tutti i momenti, senza dimenticare le non poche volte nelle quali si spegne prematuramente di silicosi. Un campo, il lavoro, nel quale non si sa nemmeno da dove incominciare allorché si osserva che chi indossa camicia e cravatta, senza mai sporcarsi le mani, debba percepire un salario superiore e differenziarsi come classe privilegiata della categoria prediletta. Insomma ad essere semplici, brevi e concisi viviamo in un funesto costume che glorifica la scelta formativa sedentaria a tutto danno di coloro che con impegno producono le necessità di cui la vita ha bisogno per continuare a vivere: il pane, la casa, l’abbigliamento ect. Ed è a questo riguardo non si vuole assolutamente diminuire l’attività creativa dello scienziato e di tutti coloro che, nella pratica del lavoro, intuiscono l’evoluzione dei mezzi di produzione di cui beneficia l’uomo in quanto tale e che meritano tutta la nostra stima e rispetto di autentico valore umano. Ma ci teniamo a riferirci a quella sorniona burocrazia italiana, europea e mondiale che nelle sue varie cariche rappresentative s’inglorifica di falsa grandezza e di meriti che sono fittizi e non oggettivi e distanti a vita dalla realtà produttiva del lavoro. Poi il lavoro, ad essere ancora più schietti, può esprimere tutta una congenialità di convivenza creativa solidale di natura in cui sia le diverse burocrazie, sia quella parlamentare, allo stato dei fatti si debbono ritenere superate perché la democrazia è un sistema serio di vita e non una perenne retorica nella quale si debba essere costantemente intontiti di paranoia dai linguaggi del potere per chi debba vincere le elezioni in Italia, in Europa, in America e nelle diverse parti del mondo. Ma di pensare invece come prima e meglio si possa superare il marasma della burocrazia affinché nella convivenza umana conti davvero l’uomo e non la chiacchiera parassitaria. Ed anche i sindacati a riguardo non si preoccupano più di tanto in quanto tutto sommato cercano di collaborare con il potere e non di pensare come farne a meno al più presto, magari a passi possibili, dando vita ad una coerente cultura d’iniziativa e non di avallare spesso a perdita di tempo le inutili diatribe di rappresentanze ovvero di incontri nelle rubriche televisive di specialisti che di speciale non hanno mai prodotto nulla. E che pagare il canone non debba essere un sostegno all’ingranaggio burocratico, ma in qualche modo di renderci più direttamente partecipi. Si nasce per conoscersi ed essere persone socialmente dinamiche e positive e non indifferenti burocrati ovvero “affaristi” senza lavorare. Dal nostro punto di vista la pratica del lavoro si presenta paradossalmente bloccata a cospetto il divenire della vita produttiva ed occorre ricercare sul filo rigoroso della conoscenza diretta quelle nuove soluzioni che garantiscono partecipazione e responsabilità. Non è difficile come possa apparire di primo acchito quando la razionalità lavorativa stabilisce le coordinate del procedimento sulla base dell’esperienza, affinché ogni presenza lavorativa si senta parte attiva alla produzione e non un cane tirato al guinzaglio. Non si tratta di riportare in fabbrica i collettivi ideologici del sorpassato secolo, ma di concepire la fabbrica al di fuori delle banche risvegliando un rapporto di scambio che basi l’esigenza sulla fiducia. Certo il problema è risaputo che và approfondito, ma la strada dell’occupazione sgravata dalla paura del licenziamento o del fallimento aziendale orientativamente può essere questa. Anche il padronato tradizionale deve aprirsi la mente e ritenere la fabbrica una porta aperta verso chi intuisce il modo di produrre per la qualità e non per la quantità del fatturato che avvelena di rancore la vita della convivenza. Il lavoro se evoluto nel suo più esteso insieme di produzione e di vita quotidiana può fare a meno di tutta l’attuale burocrazia di stato. Finirebbero le due facce contrapposte della vita: i fortunati prediletti e gli schiavi senza destino!

Casletto di Rogeno, 27 12 2012

Antonio Isacco

 

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