La Goccia Briantea

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Venerdì 27 Aprile 2012 10:35

Erano circa le 18/18,15. La porta, a piano terreno, era completamente aperta, a causa della giornata torrida ed afosa, e parzialmente protetta, alla vista diretta, da una tenda fatta di filari verticali di corde intrecciate con piccole rondelle multicolori di legno. Intravidi, attraverso la tenda, il buon don Giovanni Galimberti, con qualcosa fra le mani, con passo molto frettoloso e l’espressione del viso alquanto preoccupata, mentre attraversava la piazza dirigendosi in via Vittorio Emanuele II. La cosa mi parve strana e pensai anche foriera di eventuali celebrazioni di riti di fine vita. Notai pure strani capannelli di persone che dialogavano sottovoce e gesticolavano animatamente fra di loro, con gli sguardi rivolti verso la via dove si era appena immesso don Giovanni. Pochi attimi dopo, due, o forse più, miei parenti, spostando lievemente la tenda, entrarono in casa. C’era nei loro volti un’espressione di dolore che non avevo mai visto. Chiesero di mio padre che, combinazione volle, stava entrando dalla porta che conduceva al cortile. Uno gli si avvicinò sussurrandogli qualcosa all’orecchio. Mio padre, accompagnato dai quei parenti, si affrettarono nella stessa direzione che poco prima era stata di don Giovanni. Mia madre, molto sofferente di una virulenta forma di artrite, era seduta sulla sua solita sedia a capotavola e ansiosamente cercò di chiedere del perché di tutto quel trambusto di cui era stata insolita spettatrice. Una mia sorella, cercando di rassicurarla, le disse che molto probabilmente stava poco bene qualche nostro parente o conoscente che abitava in quella via. La cosa parve avere nessun effetto benefico circa l’ansia di mia madre. Passarono una diecina di minuti, forse di più, intanto i capannelli nella piazza si erano di molto infoltiti fin quasi ad occuparla tutta. Vidi giungere mio padre sostenuto, energicamente, sotto le braccia. Il suo viso era stravolto, di un pallore cadaverico, gli occhi piangenti e la bocca aperta. Appena superò la tenda emise un grido: << Lina è morta!!! >>. Quel che successe subito dopo l’ho impresso sia negli occhi per le gesta sconsolate che nelle orecchie per le grida della disperazione, ma soprattutto nel cuore: un dolore indicibile, una vera tragedia famigliare. Ricordo molte delle persone che erano in piazza e altre sopraggiunte, finirono praticamente in casa cercando di consolare tutti noi attori, nostro malgrado, di tanta disgrazia. Dopo alcune ore, data la mia età, venni accompagnato dalla mia zia Maria spusa, la zia di tutti. Mi accolse con grande comprensione e tanto maggior calore più del solito. Predispose il tutto affinché potessi  trascorrere la notte in compagnia con i suoi figli, i miei cugini. Mi venne risparmiato forse la parte più penosa della dipartita di mia sorella Lina, ammesso che si potesse sopportare un dolore più grande e indicibile dell’urlo di mio padre. Come era potuto succedere tale disgrazia? Data la mia età, di allora, mi limiterò a scrivere che forse qualcosa di elettrico non aveva perfettamente funzionato, come avrebbe dovuto, al telaio o a qualche altro macchinario della ditta  tessile Filippo Mambretti, dove mia sorella Lina lavorava come operaia. Non posso essere più preciso ne dilungarmi oltre perché dal giorno della disgrazia, nella mia famiglia non si parlò assolutamente più di quanto era tragicamente avvenuto: Lina, se la si voleva ricordare, lo si doveva fare come se fosse ancora viva. Nacque il primo maggio del 1928 e tutto questo avvenne nel tardo meriggio di lunedì, 11 luglio 1949.

Casletto di Rogeno, 04 marzo 2012

Antonio Isacco         

 

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