La Goccia Briantea

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RIFLETTIAMO… PDF Stampa E-mail
Martedì 30 Novembre 2010 16:42

Viviamo in tempi di assolute certezze e di pochi dubbi. Tempi in cui non sembra esserci spazio per le inquietudini, le malinconie, i sentimenti più sottilmente umani che sono alla base di tanta letteratura che ci ha formato e fatto crescere. Niente sedimenta, tutto scorre. Anche per chi è coltivatore diretto, lavorare la terra è diventata un’impresa totalmente fallimentare. In realtà, vedere i campi incolti suscita in me un dolore e una tristezza difficilmente cancellabili. E’ un fenomeno in sempre maggiore espansione, purtroppo, basta avere lo sguardo un po’ attento per rendersi conto delle modificazioni del paesaggio: dove una volta si stendevano campi di grano, ora non ci sono che brulli pascoli. Una sofferenza ancora più grande provoca in me la frutta lasciata a marcire sugli alberi. La natura ci offre i suoi doni e noi voltiamo la testa da un’altra parte. Succede sempre più spesso. Ormai per un coltivatore, in balia delle folli leggi di mercato europee e senza più l’aiuto di una grande famiglia in grado di collaborare alla raccolta, il prezzo del prodotto finale è troppo basso per riuscire a rientrare nelle spese. C’è qualcosa di terribilmente inquietante in questo rifiutare i frutti, nel non più poter coltivare i campi. In un mondo in cui il cibo è un problema di milioni di persone, fa male vedere un tale inconcepibile spreco, ma il turbamento più profondo viene dalla consapevolezza che si sia incrinato il rapporto primario dell’uomo con la sua natura e con la natura che lo circonda. La civiltà, così come noi la conosciamo, è nata con l’agricoltura. Essa ha portato la concezione della circolarità del tempo e la consapevolezza che il lavoro è la via per renderlo produttivo. Per coltivare la terra, bisogna conoscere il passato, vedere  il presente e immaginare il futuro, sapendo che ogni nostro gesto potrà produrre nuova vita, nuova fertilità. Si deve soprattutto amare e credere nella vita, perché non si coltiva solo nutrimento, ma qualcosa di molto più grande, che è l’idea di un futuro in cui le generazioni si susseguono. Con il tempo, poi questa capacità si è propagata in altri campi del vivere umano. Dall’idea di coltivare la terra si è passati all’idea di coltivare la propria interiorità, i propri talenti, i rapporti. La cultura della mente, la cultura che nasce dai libri, dall’arte, dalla spiritualità e che ha creato la straordinaria ricchezza della nostra civiltà: saper creare legami, essere spinti a crearne sempre di nuovi sulla base di un’insaziabile curiosità e coltivare il dubbio come costante fattore di crescita. Guardandomi intorno, si catturano immagini, opinioni, polemiche, indignazioni, le si consumano, e subito, con ansia, si riparte alla ricerca di altre immagini, altre opinioni, altre polemiche, altre indignazioni da consumare. In una tale frenetica frantumazione del pensiero, il sapere non potrà che essere superficiale e privo di radici. Se è privo di radici, il sapere, è incapace di assorbire il nutrimento, che, nell’ambito della cultura, significa riuscire a cogliere concetti connessi, conoscere il passato ed essere aperti e vigili nel presente, vuol dire vivere la curiosità e il desiderio della scoperta come forza preminente dell’essere umano. Una persona che coltiva, e che si coltiva, non è mai manipolabile ed è sempre lontana dalle ottuse tempeste dei fanatismi. Al posto del dubbio, si professano unicamente certezze, destinate a scontrarsi di continuo con altre certezze di segno opposto, senza possibilità di vero dialogo. E l’assenza di dialogo è spesso presagio di tempi oscuri. Il mondo naturale che ci circonda è lo specchio della società degli uomini e una società come la nostra che, per le sue leggi economiche, costringe ad abbandonare i campi e la frutta a marcire sugli alberi, è una società che ha smesso da tempo di coltivare il senso della vita e culla dentro di sé il germe dell’autodistruzione. Riflettiamo…

 

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