La Goccia Briantea

Home Varie Un brianzolo e l'unità d'Italia
Un brianzolo e l'unità d'Italia PDF Stampa E-mail
Venerdì 25 Febbraio 2011 15:19

Giuseppe sirtoriIn questo anno di ricorrenza italica centocinquantenaria penso di fare una piccola-grande opera di lucidità storica proponendo un personaggio brianzolo che delle contraddizioni buone e cattive del Risorgimento italiano è a mio avviso l’emblema perfetto. Ebbene, per capire il processo unitario, il Risorgimento e finanche pure noi stessi può essere utile studiare questo personaggio, un brianzolo che nel periodo 1830-1870 fu veramente tutto: prete, rivoluzionario sulle barricate a Parigi, a Milano e Venezia nel 1848-49, repubblicano mazziniano e poi tifoso del re, cavouriano convertito nella spedizione dei Mille, indi anima della repressione cruenta al brigantaggio, a seguire gran perdente e capro espiatorio nella disfatta di Custoza del 1866 e infine parlamentare e generale reintegrato del Regno, fino alla morte. Giuseppe Sirtori nacque a Monticello Brianza il 17 aprile 1813 in una casa ancora esistente, nella frazione di Casatevecchio, da una famiglia medio-borghese con sette figli. Il padre era inserito nell’industria serica, tipica attività ottocentesca brianzola. Giuseppe venne negli anni ’20 avviato alla carriera ecclesiastica: superò con lode gli esami al seminario di Monza, venendo ordinato sacerdote nel 1838. Confratello degli Oblati di Sant’Ambrogio, insegnò nel Collegio di Merate dei Padri Somaschi. In questo periodo “moderato” egli si distinse per atti di generosità, come quando, durante l’infezione di colera che infestò Monticello Brianza, negli anni ’30, egli non si tirò indietro e assistette personalmente gli ammalati.

 

Ma uno spirito inquieto come il suo non resistette, nel 1842 ottenne dall’autorità ecclesiastica e dal padre il permesso di recarsi a Parigi, grazie all’aiuto economico paterno, per perfezionare i propri studi di teologia e filosofia, materie poi abbandonate per la medicina, con un impulso positivista che fece franare le sue certezze fideistiche. Ne seguì la decisione di rinunciare ai voti. Alla Sorbona tentò matematica, biologia, chimica, sempre senza portare nulla a termine. Ma fu proprio a Parigi che ebbe la sua fondamentale lezione di vita: le barricate della rivoluzione di Parigi che portò alla nascita della Seconda Repubblica. Egli fu tra quelli che costrinsero Lamartine a proclamare la repubblica. Il “Quarantotto” si propagò quindi in Italia e lui non resistette, l’irrequieto Sirtori, ormai trentacinquenne, pensò di non perdere l’occasione. Non partecipò direttamente alle cinque giornate di Milano, ma vi giunse vicino e si segnalò come rivoluzionario fervente. Egli presentò domanda per entrare in una brigata di volontari lombardi: in tali raggruppamenti mancavano quadri addestrati e gli ufficiali venivano eletti dalla truppa: Sirtori poté far valere la sua recente esperienza a Parigi e l’eloquenza esercitata nei suoi anni da prevosto. Venne pertanto eletto capitano e il suo battaglione di volontari lombardi venne inviato dal Governo Provvisorio di Lombardia alla difesa di Venezia. Giunto nella città lagunare, si mise in mostra per quel fervente repubblicano che era sino a divenire il principale esponente della opposizione al moderato Manin. Ma la restaurazione era alle porte. Gli Austriaci, dopo aver sconfitto i piemontesi a Novara e ripreso Brescia, si volsero contro Venezia. Sirtori qui si distinse con atti di grande eroismo, mostrando il meglio del suo cuore risorgimentale, pronto alla morte pur di difendere la libertà conquistata. Alla caduta della città, il 24 agosto 1849, la flotta francese evacuò i maggiori esponenti della Repubblica di San Marco: Sirtori tornò a Parigi ove assistette, indignato, al trionfo di Napoleone III sulla seconda repubblica. In Svizzera incontrò Mazzini e se ne infervorò. Lo raggiunse, quindi, a Londra. Negli anni ’50 Giuseppe fu costretto all’inattività politica: nel corso di quei lunghi anni immaginò di uccidersi e desiderò imbarcarsi per le Americhe. Non seppe però resistere alla prima delle grandi occasioni di riscatto che gli si presentarono e, nel 1855, si fece coinvolgere nel tentativo del principe Luciano Murat (nipote di Gioacchino Murat e cugino di Napoleone III) di sostituirsi a Ferdinando II di Borbone, nel Regno delle Due Sicilie. Il tentativo avveniva col consenso e l’aiuto di Napoleone III. Sirtori, smanioso di avere una nuova occasione, pubblicò una lettera nella quale dichiarava di non escludere una soluzione murattiana, in alternativa a quella dei Savoia, in Italia: Sirtori fu aspramente criticato un po’ da tutti i fuoriusciti italiani e reagì, da par suo, con rabbia. Nella foga si attirò anche l’ostilità del Murat. Quest’ultimo si stizzì e lo fece rinchiudere in manicomio. Lì venne rintracciato dopo pochi giorni da amici esuli, che costrinsero le autorità a liberarlo, con la minaccia di un grave scandalo. La cosa, tuttavia, fece rumore, e ne parlò anche il Times di Londra, descrivendolo come uno dei più grandi patrioti italiani che aveva mostrato sommo valore a Venezia, ma, soprattutto come un feroce antimurattiano: l’imbecillità del giovane Murat gli aveva consentito di rifarsi una verginità. Ed eccoci la seconda svolta della sua vita. Ormai isolato, decise per mettersi in gioco con un grande capovolgimento: da puro repubblicano decise di volgersi al campo monarchico. Fu sincero o opportunista, in questa scelta? Non lo sapremo mai. Nel marzo 1860, venne eletto deputato al parlamento di Torino del nuovo Regno di Sardegna per il collegio di Missaglia. Fu allora che il generale Garibaldi, il quale andava preparando la spedizione dei Mille, lo volle accanto a sé. Forse l’impresa appariva disperata e, in effetti, pare che lo stesso Sirtori, alla vigilia, si dimostrasse abbastanza scettico circa la sua realizzabilità. In ogni caso partì: ormai quarantasettenne, sentiva che era giunta l’ultima occasione per dimostrare il proprio valore. Il 22 aprile Cavour era a Genova per rendersi conto personalmente della situazione. Garibaldi non voleva trattare con chi aveva appena ceduto Nizza e si valse proprio di Sirtori per gestire i rapporti con la corona Savoia. Il colloquio ebbe in effetti grande importanza, per il successivo esito degli eventi. La spedizione dunque partì e Sirtori fu subito nominato capo di Stato Maggiore della pur esigua spedizione. A Calatafimi, si batté con grande valore e fu ferito ad una gamba. Ad uno dei fratelli scrisse di aver salvato Garibaldi e la bandiera dai borbonici. Ma fu alla battaglia del Volturno, il suo capolavoro tattico che determinò le sorti della battaglia finale. Egli comandava la divisione di riserva e la mosse, al tempo ed ai luoghi giusti, contro la colonna Perrone, contribuendo in misura decisiva alla vittoria. Pare che Garibaldi, a chi gli suggeriva foschi scenari, abbia dichiarato: “Non preoccupatevi, a Caserta c’è Sirtori”. Il 7 novembre Garibaldi scortò il Re nel suo ingresso trionfale in Napoli e subito partiva per Caprera. Nel mentre affidò a Sirtori la responsabilità di gestire l’ingresso del suo Esercito Meridionale (come erano stati ribattezzati i Mille) nel Regio Esercito. Passarono nell’esercito regolare i migliori generali garibaldini: Medici, Cosenz, Bixio e lo stesso Sirtori. La situazione delle provincie continentali del cessato Regno di Napoli andava degenerando, con il prepotente emergere del brigantaggio. Il governo pensò di impiegare i generali garibaldini nelle operazioni, contando sulla loro recente esperienza e sul grande prestigio guadagnato proprio in quei luoghi.
Sirtori divenne plenipotenziario a Catanzaro. Promise che avrebbe vinto i briganti “con l’amore o con il terrore” quindi, evidentemente, con il secondo. Convocò i notabili locali, promettendo una linea durissima nei confronti dei rapimenti, che costituivano una delle grandi fonti di finanziamento delle bande. Le feroci critiche raccolte dai notabili locali lo spinsero a presentare le proprie dimissioni, subito accolte. L’esperienza, tuttavia, non dovette essere del tutto sgradita a Roma, dove, infatti, il 22 dicembre 1862 la Camera lo elesse presidente della Commissione Parlamentare sul brigantaggio, volta a “proporre i mezzi più acconci per batterlo”. Negli anni successivi gli venne affidato un comando di divisione. Nel 1866, allo scoppio della Terza guerra di indipendenza era comandante della 5ª divisione (formata dalla Brigata Valtellina e dalla Brigata Brescia), aggregata al 1º corpo d’armata di Durando e si batté con valore a Custoza. All’indomani della battaglia, tuttavia, se la prese a male quando il generale comandante del suo 1º corpo di armata, Durando, ferito, venne sostituito da Pianell, un ex-generale borbonico, anziché da lui. Reagì da par suo, emettendo un ordine del giorno in cui lodava i propri soldati ed accusava espressamente la 1ª divisione di Cerale di riserva di non averlo sostenuto come avrebbe dovuto. Il Capo di Stato Maggiore La Marmora lo ammonì formalmente. Sirtori non demorse ed allora La Marmora lo privò del comando e lo mise in aspettativa. Uomo orgoglioso, Sirtori reagì dimettendosi dall’esercito, rimandando indietro le decorazioni ricevute e la pensione dello Stato per la partecipazione alla spedizione dei mille. La sua ribellione però fu sfruttata da quei generali che avevano demeritato a Custoza per calunniarlo, sostenendo che era stata la sua ritirata oltre Valleggio a scombinare le carte della giornata. Egli reagì chiedendo, a più riprese, l’istruzione di una corte di disciplina che potesse difendere il suo onore. Ma mai la ottenne, insomma: Sirtori divenne il capro espiatorio di una sconfitta, e forse è per questo che il suo nome non rifulge al pari del suo pur più importante mentore: Garibaldi. Giuseppe Sirtori ottenne giustizia solo il 12 dicembre 1871, quando un altro generale che si era ben comportato a Custoza, Govone, divenuto ministro della guerra, fece approvare un decreto legge ad personam che ordinava la riammissione di Sirtori con l’anzianità ed i gradi maturati nel frattempo. Dopo alcuni mesi, Sirtori venne nominato comandante della divisione di Alessandria. Nel 1867 venne rieletto in Parlamento dalla sinistra, per fare dispetto al governo, ma lui, per coerenza, si iscrisse tra i deputati della destra, fra gli stessi che lo accusavano ingiustamente come responsabile della disfatta di Custoza. Negli ultimi anni si distinse per il proprio sostegno alla erezione a Milano di un monumento a Napoleone III, entrando in polemica con molti ex-garibaldini che ricordavano assai più Mentana che Solferino. Ciò gli valse la perdita di molti amici. Giuseppe Sirtori morì a Roma nel 1874, dove lo avevano trasferito per una commissione incaricata di studiare nuove armi; è oggi sepolto nel Famedio di Milano. Ma non è finita, perché una “coda” ideale di Giuseppe Sirtori si spinge assai simbolicamente avanti nella storia italica, sino all’8 settembre 1943. Nel 1916 la Regia Marina italiana gli intitolò infatti il cacciatorpediniere Giuseppe Sirtori. Questo cacciatorpediniere colpito dall’aviazione tedesca immediatamente dopo l’8 settembre, e fu fatto affondare dai marinai italiani per non farlo cadere nelle mani degli ex alleati teutonici. Degno finale per l’immagine di un personaggio che incarnò sicuramente il meglio ma anche gli aspetti più grigi del Risorgimento e della formazione dello stato unitario: in lui si combinarono audacia temeraria, opportunismo, desiderio di gloria, ideali di libertà, elementi di trasformismo, nonché l’iniziazione organizzata della pratica repressiva del brigantaggio nel Sud italico, con mano pesante e a tratti anche feroce. Fattore questo che oggi viene presentato dagli italiani del sud come elemento principale ad argomentare come l’Unità Italiana partì subito col piede sbagliato, con elementi repressivi che catalogarono subito l’Italia del Sud come area inaffidabile dell’Italia, sulla quale non puntare le carte per una crescita unitaria sociale ed economica omogenea. Scrive Giovanni Messori, in merito a quelle repressioni “post-unitarie”, che tanto pesarono e pesano tuttora nel creare un clima di sorda e sotterranea divisione a 150 anni dall’unità d’italia, nonostante la retorica di facciata: «In un suo rapporto ufficiale sulla cosiddetta “guerra al brigantaggio”, nel 1861 si davano queste cifre per i primi mesi e per il solo Napoletano: 8.968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10.604 feriti; 7.112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2.905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13.629 deportati; 1.428 comuni posti in stato d’assedio. E ne traevo una conclusione oggettiva: ben più sanguinosa che quella con gli stranieri, fu la guerra civile tra italiani». Cifre oggettivamente inquietanti, che dovrebbero far meditare in modo forte circa il profondo perché della divisione culturale e sociale odierna: sicuramente dal punto di vista ideale l’Italia è oggi Unita poco e male, con difetti che in 150 anni si sono stratificati, creando un nodo, un guazzabuglio forse inestricabile. E tornando al nostro: possiamo considerare Giuseppe Sirtori come emblema di tutti pregi e i difetti che ancora affliggono l’Italia? Io credo proprio di sì: a mio avviso è il degno simbolo di un’Italia che nacque come sintesi di tendenze politiche e sociali antitetiche, spesso opposte. Il fatto stesso che egli fosse pure ex-prete pone l’accento anche sull’inglobamento forzoso e mal-digerito dello stato Pontificio, con una divisione ulteriore tra due Italie (guelfa e ghibellina, massone e papalina) che fu sanata male solo con i patti lateranensi del 1929. Ma ora che da Giuseppe Sirtori a oggi di acqua ne è ormai passata, oggi che siamo qui a guardarci in faccia dopo 150 anni da quei fatti storici: che dire, che fare? Che sperare? Sarà il federalismo virtuoso la soluzione a questa Italia unita male e cementata anche peggio? Non credo servirà  dire “ai posteri l’ardua sentenza”: visto che il federalismo è ormai imminente, vedremo in pochi anni se esso saprà rimettere insieme i cocci o sarà l’ennesima occasione persa per la penisola italica.

Su gentile concessione di brianzolitudine, estratto da http://brianzolitudine.splinder.com/

 

 

In Calendario

Aprile 2019
D L M M G V S
31 1 2 3 4 5 6
7 8 9 10 11 12 13
14 15 16 17 18 19 20
21 22 23 24 25 26 27
28 29 30 1 2 3 4

Lago di Pusiano, ristoranti, hotel, B&B, informazioni turistiche

Il portale del Lago di Pusiano:
Informazioni turistiche, ristoranti, hotel, bed and breakfast, arte, cultura, sport, natura, eventi ... e molto altro ancora